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Globalizzazione: cos’è cambiato davvero? Federica Sacco del ReValue Chains T-Lab alla AIB Conference 2026 di Manchester

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La ricerca del ReValue Chains T-Lab dell’ITIR è arrivata sul palcoscenico internazionale: Federica Sacco, Researcher e Manager del laboratorio, ha preso parte come panelist alla Academy of International Business (AIB) Conference 2026, ospitata a Manchester (UK).

La AIB riunisce circa 3.500 studiosi di international business da tutto il mondo e rappresenta uno dei principali luoghi di confronto scientifico su come le imprese e gli Stati stanno rispondendo alle trasformazioni dell’economia globale.

Il panel a cui ha partecipato Federica Sacco è, di fatto, una domanda cruciale per il nostro laboratorio: “What Is Different About Recent Globalization and Its Under-Researched Aspects?” — che cosa c’è di diverso nella globalizzazione di oggi, e quali aspetti restano ancora poco studiati?

Moderato da Farok J. Contractor (Rutgers University, past President della AIB), il panel ha riunito quattro studiosi con prospettive diverse ma complementari, in un formato di roundtable pensato per favorire il dialogo con il pubblico: un’occasione preziosa per mettere a fuoco le grandi trasformazioni che attraversano le catene globali del valore (GVC).

Il contributo di ReValue Chains: la resilienza è una questione di governance

Al centro del confronto, l’intervento di Federica Sacco ha proposto un cambio di prospettiva che è anche il filo conduttore della ricerca del ReValue Chains T-Lab.

La tesi è netta: il futuro della globalizzazione non può essere compreso guardando solo alla riconfigurazione geografica delle catene del valore. Gran parte del dibattito pubblico e accademico su reshoring, nearshoring e regionalizzazione tratta la globalizzazione come una scelta binaria (globale contro locale) e dà per scontato che la resilienza si ottenga meccanicamente, spostando la produzione.

Ma questa lettura sottovaluta i vincoli strutturali: in settori strategici come farmaceutico, dispositivi medici, semiconduttori, automotive e aerospazio, la specializzazione profonda e gli investimenti di lungo periodo rendono la rilocalizzazione tutt’altro che semplice.

La proposta di Sacco è di guardare alla resilienza come a una questione di governance, non di sola geografia. Riprendendo il modello sviluppato in Sacco, Magnani e Previtali (2025), ha descritto la resilienza come un processo multi-livello (impresa, catena del valore, Stato) che si costruisce prima, durante e dopo le crisi.

A guidare questo processo è l’orchestrator (l’impresa capofila, spesso una multinazionale) che coordina fornitori e partner attraverso tre leve del proprio business model:

  • la governance collaborativa: partnership di lungo periodo, condivisione di informazioni e conoscenza;
  • la configurazione geografica delle attività: diversificazione e ridondanza;
  • il design di attività adattive: incluso il ridisegno di prodotto e la scelta di materiali e input alternativi.

Il messaggio chiave è che la resilienza non nasce unicamente da dove si collocano le attività, ma da come si governano le interdipendenze tra gli attori in condizioni di incertezza. Catene diversificate e ridondanti possono convivere con relazioni più solide e coordinate: la globalizzazione, quindi, non sta arretrando, ma sta mutando lungo un continuum di scelte di governance.

Ne deriva una lezione importante anche per i policymaker: equiparare la resilienza alla sola localizzazione è fuorviante. Servono politiche che sostengano collaborazione, trasparenza e infrastrutture digitali per la condivisione di informazioni, non solo incentivi al “riportare a casa” la produzione.

Inoltre, per i manager, la resilienza diventa una capacità organizzativa e relazionale fatta di fiducia, coordinamento e investimenti di lungo periodo, più che una semplice scelta di mappa.

Gli altri interventi del panel

Il contributo di Federica Sacco si è inserito in un dibattito ricco, che ha toccato la globalizzazione da più angolazioni: John Cantwell (Rutgers University) ha invitato a parlare non di “deglobalizzazione”, ma di ristrutturazione della globalizzazione, proponendo un originale confronto storico tra il presente e la fase di fine Ottocento.

Dan Prud’homme (Florida International University) si è concentrato sulle tensioni USA–Cina, sul concetto di “stigma geopolitico” e sulle difficoltà pratiche del decoupling; Umair Choksy (University of Stirling) ha portato lo sguardo dalla parte dei fornitori delle economie emergenti, imprese più piccole e con minore potere contrattuale, mostrando come costruiscano resilienza come capacità continua, e non come reazione episodica agli shock.

Perché guardiamo alla governance, non solo alla geografia

La prospettiva emersa dal panel conferma il filo che guida la ricerca del nostro laboratorio: la resilienza delle catene globali non è un problema puramente geografico o tecnologico, ma una questione di relazioni, collaborazione e persone.

Le tecnologie avanzate, dalla manifattura additiva al digital twin, dall’intelligenza artificiale alla robotica collaborativa, restano strumenti potentissimi, ma il loro valore si realizza solo quando mettono al centro gli attori delle catene del valore, i loro diritti e il loro benessere.

Per rimanere aggiornati sulle attività, le ricerche e gli approfondimenti del laboratorio sul ruolo strategico della governance e delle tecnologie digitali nello sviluppo di catene globali del valore più resilienti e sostenibili, vi invitiamo a seguire la pagina LinkedIn del ReValue Chains T-Lab.

ENGLISH VERSION

Rethinking global value chain resilience: not where, but how. The ReValue Chains T-Lab at the AIB Conference 2026

The ReValue Chains T-Lab at ITIR has taken to the international stage: Federica Sacco, Researcher and Manager of the lab, took part as a panelist at the Academy of International Business (AIB) Conference 2026, held in Manchester (UK).

The AIB brings together around 3,500 international business scholars from all over the world and is one of the leading venues for scientific debate on how firms and states are responding to the transformations of the global economy.

The panel Federica Sacco joined poses what is, in effect, a crucial question for our lab: “What Is Different About Recent Globalization and Its Under-Researched Aspects?” — what is different about globalization today, and which aspects remain under-studied?

Chaired by Farok J. Contractor (Rutgers University, past President of the AIB), the panel brought together four scholars with distinct yet complementary perspectives, in a roundtable format designed to encourage dialogue with the audience: a valuable opportunity to bring into focus the major transformations reshaping global value chains (GVCs).

The ReValue Chains contribution: resilience is a matter of governance

At the heart of the discussion, Federica Sacco’s intervention proposed a shift in perspective that is also the guiding thread of the ReValue Chains T-Lab’s research.

The argument is clear-cut: the future of globalization cannot be understood by looking only at the geographic reconfiguration of value chains. Much of the public and academic debate on reshoring, nearshoring and regionalization treats globalization as a binary choice (global versus local) and assumes that resilience can be achieved mechanically, by relocating production.

But this reading underestimates structural constraints: in strategic sectors such as pharmaceuticals, medical devices, semiconductors, automotive and aerospace, deep specialization and long-term investments make relocation anything but simple.

Sacco’s proposal is to view resilience as a matter of governance, not of geography alone. Drawing on the model developed in Sacco, Magnani and Previtali (2025), she described resilience as a multi-layered process (firm, value chain, state) that is built before, during and after disruptions.

This process is led by the orchestrator (the lead firm, often a multinational) that coordinates suppliers and partners through three levers of its own business model:

  • collaborative governance: long-term partnerships, sharing of information and knowledge;
  • geographic configuration of activities: diversification and redundancy;
  • design of adaptive activities: including product redesign and the choice of alternative materials and inputs.

The key message is that resilience does not stem solely from where activities are located, but from how the interdependencies among actors are governed under conditions of uncertainty. Geographically diversified and redundant chains can coexist with stronger, more coordinated relationships: globalization, then, is not retreating, but mutating along a continuum of governance-based choices.

An important lesson follows for policymakers, too: equating resilience with localization alone is misleading. What is needed are policies that support collaboration, transparency and digital infrastructures for information sharing, not just incentives to “bring production home.”

For managers, moreover, resilience becomes an organizational and relational capability built on trust, coordination and long-term investment, rather than a mere matter of maps.

The other panel contributions

Federica Sacco’s contribution was part of a rich debate that examined globalization from several angles: John Cantwell (Rutgers University) argued for talking not about “deglobalization” but about a restructuring of globalization, offering an original historical comparison between the present and the late nineteenth century.

Dan Prud’homme (Florida International University) focused on US–China tensions, the concept of “geopolitical stigma” and the practical difficulties of decoupling; Umair Choksy (University of Stirling) turned attention to suppliers in emerging economies — smaller firms with weaker bargaining power — showing how they build resilience as a continuous capability rather than an episodic reaction to shocks.

Why we look at governance, not just geography

The perspective that emerged from the panel confirms the thread guiding our lab’s research: the resilience of global value chains is not a purely geographic or technological problem, but a matter of relationships, collaboration and people.

Advanced technologies — from additive manufacturing to the digital twin, from artificial intelligence to collaborative robotics — remain powerful tools, but their value is realized only when they place the actors of value chains, their rights and their well-being at the center.

To stay up to date on the lab’s activities, research and insights on the strategic role of governance and digital technologies in developing more resilient and sustainable global value chains, we invite you to follow the LinkedIn page of the ReValue Chains T-Lab.